Giovani

Lettera ai giovani

CAMMINARE INSIEME, DANZARE INSIEME

 

Quale meraviglia è poter vivere questo tempo della Chiesa, questo Sinodo dei Vescovi sui giovani! Sinodo, una parola in cui sta scritto un sogno: camminare insieme. Un cammino comune nell’ascolto e nel dialogo reciproco, con simpatia e fiducia reciproca, sapendo coniugare audacia e pazienza, critica e affetto … Come se fosse molto di più che un camminare insieme, come se fosse un danzare insieme, nella danza a cui ci invitano la vita e la fede cristiana.

Non temo di dire che sono un “vecchio prete”, ma come ha scritto il poeta Vladimir Majakovskij, prego sempre che sia vero per me un suo verso: “Sul cuore nemmeno un capello bianco” e un carissimo augurio che ho ricevuto tanto tempo fa: “Da prete-parroco sii sempre una favola per i bambini, un sogno per gli adolescenti, una inquietudine per i giovani…”.

Ed è proprio per questo che scrivo a voi giovani, con la stessa passione di sempre. Quella passione che mi ha guidato da prete dell’oratorio, da prete dei giovani, da insegnante di religione. Ogni volta una splendida scommessa, un rimettersi in gioco, nella fede e nella testimonianza, nell’inventare nuove strade e percorsi.

 

Quando si hanno di fronte per parecchie ore al giorno venticinque volti di ragazzi dai 15 ai 18 anni, che si vendicano spietatamente quando si è noiosi nelle lezioni, ma che vi fissano con i loro occhi di chiarezza, talvolta di tenerezza, quando nel silenzio profondo di un’ora mattinale un riflesso del bello e del  vero li illumina, è impossibile non porsi e riporsi senza posa le questioni eterne che sono tutta la vita d’un uomo; ed è impossibile non rispondervi, perché la gioventù è impaziente. I libri allora non bastano più. La risposta deve essere data immediatamente, e deve essere vera, cioè totale, perché nessuno può ingannare la giovinezza. Bisogna allora chiudere i libri, senza però dimenticarli, bisogna guardare in faccia questi giovani, bisogna soprattutto interrogare se stessi … (Charles Moeller, intr. di “Umanesimo e santità”)

 

SOGNARE COME ICARO

 

Ho scelto come copertina del nostro informatore una splendida opera del 1947 di Matisse: “Icaro”, perché Icaro è il simbolo del coraggio, Icaro è la follia, a volte necessaria per affrontare la vita. Icaro è il rischio. Icaro è il sogno … è il sogno di chi non si arrende di fronte a ciò che sembra impossibile, di chi non si accontenta del possibile, di chi sa mettersi in gioco, di chi sa della necessità di “ali” per vivere.

Uno sfondo blu ci richiama all’infinito del cielo, sempre pieno delle nostre speranze e delle nostre domande … Vi auguro di amare molto la terra e insieme di amare molto anche il “cielo” … Gialle stelle punteggiano il cielo infinito portando luce e indicando una strada … Vi auguro di saper trovare tante “stelle comete” che sappiano guidarvi alla felicità … Un punto rosso, il cuore, il centro … Vi auguro un cuore tenero e forte, un cuore aperto a Dio e agli altri, alla preghiera, all’amore; vi auguro un “centro di gravità permanente” …

 

TROVARE UN CENTRO

 

La vita non è una corsa ma un tiro al bersaglio:

non è il risparmio di tempo che conta,

bensì la capacità di trovare un centro.

 

È proprio questo ciò che conta: la capacità di trovare un “centro”. Quel centro che fa ritrovare senso e stabilità, che sa dare nuovo vigore, nuovo sapore alla vita quotidiana. Etty Hillesum, una giovane donna ebrea olandese, nei mesi trascorsi in un campo di transito, prima di morire nel campo di concentramento di Auschwitz, scriveva così:

 

«La gente si smarrisce dietro ai mille piccoli dettagli che qui ti vengono continuamente addosso, e in questi dettagli si perde e annega. Così, non tiene più d’occhio le grandi linee, smarrisce la rotta e trova assurda la vita. Le poche cose grandi che contano devono esser tenute d’occhio, il resto si può tranquillamente lasciar cadere. E quelle poche cose grandi si trovano dappertutto, dobbiamo riscoprirle ogni volta in noi stessi per poterci rinnovare alla loro sorgente. E malgrado tutto si approda sempre alla stessa conclusione: la vita è pur buona … Questa è la mia convinzione, anche ora, anche se sarò spedita in Polonia con tutta la famiglia». (Lettere 1942-1943)

 

È “nelle poche cose grandi che contano” che si può trovare ciò che dà senso, forma, sostanza, bellezza al nostro vivere. Il centro, per noi cristiani, è l’incontro personale e quotidiano con Gesù il Crocefisso e Risorto, nella celebrazione desiderata dell’Eucarestia domenicale, nell’abitare la Parola di Dio, nell’appartenenza appassionata alla comunità ecclesiale. Tutto questo è sorgente della forza per vivere quella “Chiesa in uscita” di cui ci parla quella meraviglia che è papa Francesco.

 

COME POTER ESSERE FELICI

 

Il Sinodo ha per titolo: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” e vocazione non è solo “roba” per preti, missionari, suore … Come dice uno dei più acuti teologi italiani, mons. Pierangelo Sequeri:

 

La vocazione è in generale l’apertura alla vita e la personalizzazione che di essa ciascuno deve fare, secondo un nome e un cognome precisi. Non si tratta solo di scegliere una professione o una condizione di vita, ma un’intonazione personale nell’esistenza, che io traduco con il concetto di «destinazione». E condizione umana significa essere in grado d’indagare sulla propria destinazione, sul perché ci sentiamo attratti e verso dove siamo destinati a indirizzare le nostre risorse migliori. Solo una volta individuata in tutta libertà la nostra destinazione capiremo quali sono le nostre risorse e il loro scopo; scopriremo in definitiva chi è la persona che abbiamo ricevuto il compito molto misterioso di rendere felice. Se scopriremo questo saremo felici anche noi: è un grande segreto della vita, di cui il Vangelo porta la chiave. Se invece ci domanderemo innanzitutto «come posso essere felice?», e poi dopo vediamo che cosa fare con gli altri, non raggiungeremo nessuno dei due obiettivi: rimarremo senza destinazione nella vita e non saremo felici, perché guardando solo in sé stessi non si troverà una felicità definitiva.

 

Rendere felice una creatura, almeno in qualche cosa, durante la nostra esistenza: è uno straordinario “comandamento” per ogni uomo, per ogni giovane nella pienezza delle sue forze.

 

TRASGREDIRE

 

Ecco l’invito, sorprendente se si pensa che viene da padre Enzo Bianchi, un uomo che ha fatto della preghiera e della contemplazione una scelta di vita:

 

Alla vostra età, perché il discernimento porti a una decisione, dovete trovare un po’ di tempo nella giornata per poter pensare. È più importante da giovani pensare che pregare. Chi pensa ed è credente, dalla fede è indotto a pregare; chi non pensa invece non saprà mai pregare, al più farà pettegolezzo interiore.

 

Vi auguro di non temere la solitudine anzi, cercatela, in cerca di profondità. Non sottraetevi alle domande più brucianti, più inquietanti. Pensate con lucidità e radicalità. Non accodatevi al così fan tutti, al così pensano tutti. Non rischiate l’omologazione.

 

Nella nostra epoca così frenetica un’infarinatura viene considerata più che sufficiente a tutto: basta un pizzico di religione per dichiararsi credenti, un po’ di sentimento per dichiararsi amanti, un grammo di conoscenza per pontificare su un argomento. La fatica, la serietà, lo studio, la coerenza, il rigore sono parole abolite dal vocabolario. E, invece, per essere saggi non basta un passaggio in una biblioteca, né per essere santi è sufficiente un segno di croce o l’accensione di una candela in chiesa. “Chi vuole salire in alto deve vegliare a lungo nella notte. Chi desidera catturare perle deve immergersi nel profondo” (card. G. Ravasi)

 

Abbiate il coraggio della domanda. Il coraggio di pensare. Dio ama la vostra intelligenza, la vostra libertà. E amate le vere trasgressioni … Credo proprio che un pensare rigoroso sia la vera trasgressione dell’oggi, per l’oggi! Siate portatori felici di questa trasgressione … Amate la compagnia di chi vi fa pensare, di chi vi propone ideali grandi di libertà, di giustizia, di universalità. E siate voi una buona compagnia!

 

I PRIVILEGI VANNO RESTITUITI

 

Sono tanti i bisogni delle persone in questi momenti così difficili, ma insieme molti di noi hanno tanti doni che possono condividere, far fruttificare, restituire … Non dimentico al proposito le parole forti di don Lorenzo Milani rivolte a un giovane che poi diventerà famoso, Pietro Ichino:

 

Mi ricordo ancora come fosse ieri la volta in cui volle segnarmi come con un marchio a fuoco. Credo che fosse nel 1960; eravamo tutti – lui, i miei genitori, le mie sorelle e io – nel bel soggiorno della nostra casa di via Giotto; e lui, a bruciapelo, mi disse, facendo un gesto circolare per indicare tutto quel benessere: «per tutto questo non sei ancora in colpa; ma dai diciotto anni, se non restituisci tutto, incomincia a essere peccato». Credo che fu questa invettiva quella che decise il fatto che qualche tempo dopo io non andassi a lavorare nello studio di mio padre, ma al sindacato, per restare poi alla Cgil dieci anni filati. Ancora oggi … non ho ancora finito di restituire, e non finirò mai. … per quanto io cerchi di sdebitarmi, l’obbligo di restituzione derivante da quell’«avviso» di don Lorenzo di cinquanta anni fa non è mai estinto; anzi, aumenta in continuazione.

 

I privilegi vanno restituiti … devono diventare “pane” condiviso per tutti. Lo chiedo a me, lo chiedo a ciascuno di voi. Di fronte al dolore del mondo, al grido dei poveri siamo chiamati a una scelta: possiamo lasciare perdere, oppure interessarci a quello che accade attorno a noi, a quello che succede nel mondo, possiamo decidere di diventare dei tubi digerenti (mutuando una celebre frase di Alex Zanotelli), capaci di metabolizzare ogni genere di dolore e sofferenza grazie a un enzima chiamato indifferenza. Oppure possiamo reagire, metterci in gioco, interessarci e prenderci cura del mondo in cui viviamo. È la scelta di una presenza attiva, significativa, preziosa nella società di oggi. È ciò a cui continuamente e calorosamente ci invita il nostro arcivescovo mons. Delpini con la sua “legge delle decime”, come dichiarazione di appartenenza: “poiché appartengo a questa umanità, a questa comunità e guardo a chi mi sta intorno come a fratelli e sorelle, metto in conto, in bilancio, il prendermi cura, il dedicare tempo, risorse, attenzioni all’ambiente in cui vivo e alle persone che vi abitano”.

Auguro a ciascuno di voi quello che ha detto il giorno del suo 80° compleanno il giornalista Enzo Biagi: “Ho conservato la capacità di indignarmi e di meravigliarmi”. Indignarsi di fronte alle ingiustizie. Meravigliarsi di fronte alla bellezza.

 

IL MIO DIO È GIOVANE

 

“E che ci importa se ci prendono per sognatori?” diceva Gandhi. Sogno su voi. Sogno con voi. Anche perché il “mio” Dio è giovane!

 

Il mio Dio ha la freschezza dell’alba. Il mio Dio è la nascita. / Per questo è giovane in ogni istante. / Nel mio Dio non ci sono germi di morte. / Il mio Dio non può invecchiare. / È la pienezza, la maturità sempre giovane. / È un giorno senza fine, è una giovinezza continua. / Per questo è la vita. / Essere giovane è rassomigliare al mio Dio. / Per questo nel più profondo di ogni essere, / dorme nascosto un desiderio segreto di giovinezza. / La giovinezza è maturità di donazione, / di fantasia, di speranza, di bellezza. / È il sì dell’amore. / La giovinezza  è il momento sublime di dare un senso alla vita, / è l’ora delle grandi decisioni, / è il vertice della spontaneità. / È il momento migliore per sentire la voce di Cristo / quando dice: « Chi non dona la sua vita, la perderà ». / È divino soltanto chi nel suo cuore sa restare giovane. / Il mio Dio è colui che fa nuove, giovani tutte le cose. / Il mio Dio è colui che alla fine dei tempi inaugurerà / con la resurrezione di tutto la giovinezza perenne dei secoli.

(Juan Arias)

 

CALDO E SPAVALDO AMORE PER LA VITA INTERA

 

Una sera un monaco accettò di andare a cena a casa di un amico. Durante la cena il figlio più piccolo, vedendolo vestito con l’abito monastico, non gli toglieva gli occhi di dosso e ad un certo punto gli chiese: “Ma tu chi sei?”. “Sono un monaco”, rispose il padre. E il piccolo: “E cosa fai?” “Mi alzo alle quattro ogni mattina”, rispose il monaco. “Alle quattro? Ma cosa fai alle quattro?” “Comincio ad essere felice”, gli rispose subito il monaco.

 

È la felicità di chi ha trovato verità e libertà. Dentro uno sguardo: quello di Cristo … Fissatolo lo amò (Mc 10,17). Vi auguro di incontrare questo sguardo. Ne sarete sedotti, affascinati. Troverete un senso ai vostri giorni, al vostro cammino, al vostro cercare. Azzarderete dei sì a Dio e agli altri di cui non vi pentirete.

 

Non si mercanteggia col buon Dio:

bisogna arrenderglisi senza condizioni.

Dategli tutto, egli vi renderà assai di più.

(Georges Bernanos)

 

E siccome, per dirla con Claudio Magris “La fede cristiana è caldo e spavaldo amore per la vita intera”, questa fede è per voi, oggi!

don Mirko Bellora

mirkobel@fastwebnet.it – www.donmirkobellora.it

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